sabato 26 novembre 2011

a te, invece, lo dico con una canzone

"Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.
Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c'entra la pazzia. E' genio, quello. E' geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l'anima. Potevo viverli, ma non ci sono riuscito.
Allora li ho incantati.
E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. Tutte le donne del mondo le ho incantate suonando una notte intera per una donna, una, la pelle trasparente, le mani senza un gioiello, le gambe sottili, ondeggiava la testa al suono della mia musica, senza un sorriso, senza piegare lo sguardo, mai, una notte intera, quando si alzò non fu lei che uscì dalla mia vita, furono tutte le donne del mondo. Il padre che non sarò mai l'ho incantato guardando un bambino morire, per giorni, seduto accanto a lui, senza perdere niente di quello spettacolo tremendo bellissimo, volevo essere l'ultima cosa che guardava al mondo, quando se ne andò, guardandomi negli occhi, non fu lui ad andarsene ma tutti i figli che mai ho avuto. La terra che era la mia terra, da qualche parte del mondo, l'ho incantata sentendo cantare un uomo che veniva dal nord, e tu ascoltavi e vedevi, vedevi la valle, i monti intorno, il fiume che adagio scendeva, la neve d'inverno, i lupi la notte, quando quell'uomo finì di cantare finì la mia terra, per sempre, ovunque essa sia. Gli amici che ho desiderato li ho incantati suonando per te e con te quella sera, nella faccia che avevi, negli occhi, io li ho visti, tutti, miei amici amati, quando te ne sei andato, sono venuti via con te. Ho detto addio alla meraviglia quando ho visto gli immani iceberg del mare del Nord crollare vinti dal caldo, ho detto addio ai miracoli quando ho visto ridere gli uomini che la guerra aveva fatto a pezzi, ho detto addio alla rabbia quando ho visto riempire quasta nave di dianmite, ho detto addio alla musica, la mia musica, il giorno che sono riuscito a suonarla tutta in una sola nota di un istante, e ho detto addio alla gioia, incantandola, quando ti ho vistro entrare qui. Non è pazzia, fratello. Geometria."

(A. Baricco - Novecento)

mercoledì 23 novembre 2011

Per tutte le volte che non ti conosco

anche ora, fianco a fianco su un palco, ti guardo e guardo una faccia un corpo che si confonde tra tutti gli altri.
non più speciale.
poi, a momenti,

ricordo

e mi ritrovo in ginocchio

lunedì 7 novembre 2011

Enzo Bianchi, il teatro, le albe e io e te che eravamo belli

Non mi ero mai accorta che il "bianchi" che è toccato in sorte a marco dice che anche nella sofferenza si riesce a trovare il bene, si riesce a vedere la bellezza della natura e di certe relazioni.
Non ci avevo mai fatto caso.
Mi sono venute in mente le mie albe, nate un giorno prima e poi tutti quelli successivi alla mia visita-responso a jesi. Mi sono ricordata dello stupore del cuore davanti a certe mattine, e di certi sorrisi tra le lacrime, come traditori, o come stelle cadenti. Dei colori delle albe, di me che le fotografo per non farle andar via.
Mi sono scese giù due lacrime, piccole piccole. Mi sono ricordata di certe relazioni, della loro infinita bellezza. Ho pensato la nostra, la nostra cacchio... era bella... bella bella.
Ma ricordare non serve se non a trattenere. Un giorno scrissi - è stato un onore vivere del tempo con te.
Questo, è stato bello. E io lo ricordo tutte le volte che l'ho davanti.

Marco, quel pezzo, ancora lo sbaglia

lunedì 31 ottobre 2011

dry-blended colours


in ufficio quattro gatti e fuori ho sentito davvero freddo per la prima volta. è un'aria da castagne e vino, decisamente.
ieri ho fatto le prove generali. compito: con ossicina rotte e cuoricione svalvolato, come te la cavi?
bene.
davvero.
è stata una domenica da ottovolante. dentro. fuori molta calma. ho riso da sola come una stupidina. poi ho pianto, e poi ho riso di nuovo.
spezzettare gli spaghettini da mettere nel minestrone mentre alla tv c'è fazio e i suoi ospiti, con calma, alzarsi dal divano come se si facesse un'acrobazia da circo estremo. mi piace passare da una stanza all'altra (detto così sembra un castello, la mia casetta) e spegnere le luci, mettere della fiducia nel puntare la sveglia alle sei e tre quarti, accorgersi che adesso alle cinque e mezza è già buio e appena poco prima no, accorgermi che mi va bene lo stesso. stupirmi? chissà poi perchè, tutto questo stupore.
e non è stato semplice prendere la matita in mano, sapendo già che sarebbero venute fuori righe innaturali, lo sforzo di delimitare corpi di cui io non ho mai avuto la percezione esatta, sporcarsi i polpastrelli nel tentativo infantile di sfumare le righe troppo forti. e poi accorgersi di avere ancora paura di usare i colori.
sì beh, i colori più avanti: è stata una domenica di sfumature, questa. l'azzurro avrebbe fatto rumore.

                                   

giovedì 13 ottobre 2011

lo imparai un giorno, tanto tempo fa...

Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rilevato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto su un gradino mentre gli altri ballano.
(Erri De Luca - Tu, mio)

giovedì 6 ottobre 2011

Sì, credo di sì...

In uno dei giorni più importanti e atroci della mia vita tu non ci sei.

lunedì 19 settembre 2011

corpo estraneo

Ho lasciato le finestre aperte, questa notte. E non so bene quanto il rumore forte della pioggia che scendeva dritta sia entrata nei sogni, e forse – se davvero faceva così rumore – ha fatto in modo che io le voci del sogno di questa notte non riuscissi a sentirle.


Questo weekend mi son fatta un pieno di teatro danza. C’erano dei momenti di pura perfezione e armonia. Senti il respiro corto del danzatore, senti l’odore del sudore, la luce aiuta ad accorgerti che tutto, anche il muscolo (se c’è un muscolo) e il nervo del dito mignolo è in tensione per creare una figura che sappia muoversi sulla musica.

Ieri mi sono commossa.

Col ballerino in scena, il viso concentrato e ironico e intenso e poetico e le mani e i piedi e le gambe e i gomiti e le braccia e le spalle – pensavo

chissà se sta ballando per qualcuno.


Perché, cosa dev’essere ballare non per se stessi ma per qualcun altro?


Dirgli “io amo te” così, ballando, andando oltre le parole, oltre le frasi e i costrutti e la semantica ormai corrosa e sfilacciata. Dire “ho scelto te” con tutte le dita dei piedi e con tutte le dita delle mani, e con le ginocchia e con le cosce e con le sopracciglia e l’osso del collo.


E poi e poi e poi finire l’estate così, non sapendo se quello che vivi abbia un futuro, se domani ritroverai le stesse facce e le stesse persone e le stesse voci che hai avuto oggi, e avere un po’ paura, magari temere di inciampare, e se non mi rialzassi? – pensi – se sotto e intorno domani sarà troppo vuoto per rialzarsi?


E’ per questo che mi piace la danza.

Perché se anche si finisce a terra, poi – all’applauso finale – ci si rialza sempre.